Vivere insoddisfatti

Vivere insoddisfatti è, per alcune persone, lo stato normale della propria vita o di parte di essa.

Alcuni di loro si ritengono insoddisfatti del proprio lavoro, insoddisfatti dei risultati che portano a casa, insoddisfatti del mondo in cui vivono, insoddisfatti delle proprie relazioni. Alcuni insoddisfatti di quello che sono.

Senza voler cadere nel semplicismo o nella banalità mi chiedo cosa impedisce loro di muoversi da quello stato di insoddisfazione.
Ovviamente non mi riferisco a quella grave insoddisfazione che proviene anche da patologie psichiatriche e che porta alla depressione ed ansia.
Ma a quella insoddisfazione sottostante e costante che hanno le persone “sane”, che invece porta alla lamentela cronica.
Nonostante non sia cosi grave da ricorrere a percorsi di psicoterapia, anche questa forma non è da sottovalutare; provoca malessere e sicuramente non permette di apprezzare ciò di cui potremmo essere contenti o di muoverci verso ciò che vorremmo davvero.

Da dove deriva l’insoddisfazione?

Nella maggioranza dei casi l’insoddisfazione deriva da due valutazioni di bilancio che facciamo:

  1. Il divario tra le realtà delle cose e il desiderio di come vorremmo che fossero. Il contesto del FARE.
  2. Il divario tra ciò che vorremmo essere e ciò che percepiamo di essere. Il contesto dell’ESSERE.

Molto spesso la prima influenza la seconda. “Se non sono riuscito a fare ciò che desideravo, mi sento inadeguato”. Questo porta ad effetti secondari di mantenimento dello stato di insoddisfazione quali il disimpegno e la rinuncia.

Il confronto è una modalità che utilizziamo normalmente per valutare qualsiasi cosa. Incluso ciò che facciamo e cosa siamo. E’ ovvio quindi che se la base del confronto che utilizziamo è disfunzionale, allora il senso di insoddisfazione è automatico. Se valutassi il mio stato di forma attuale (45 anni) rispetto a quello dei miei 18 anni o se confrontassi il mio reddito con quello di Marchionne, probabilmente sarei proprio a caccia di insoddisfazione!

C’è un ulteriore aspetto di cui dobbiamo prendere consapevolezza. Come già abbiamo visto in questi articoli (123), il nostro cervello incorre in trappole cognitive.
In questo contesto ne esiste una particolare che si chiama: “i due sè“. Il Sè Esperienziale e il Sè mnemonico.
Come funziona la trappola cognitiva? L’esperienza conta molto poco in confronto al ricordo di essa. Il sè mnemonico sovrasta quello esperienziale. Il che significa per noi rischiare di confondere l’esperienza con il ricordo che se ne ha. E questa è un’inesorabile illusione cognitiva.
Infatti il sè mnemonico commette due gravissimi errori:

  1.  il ricordo viene molto spesso influenzato dal picco-fine, cioè da come si è conclusa l’esperienza; la fine dell’esperienza ha un gran peso decisionale nel definire l’utilità dell’esperienza totale;
  2. il tempo non viene considerato;

In questo modo è facile giudicare negativamente un esperienza affettiva, relazionale o lavorativa, magari ventennale di grande soddisfazione, semplicemente perché c’è stato un momento di crisi elevata oppure perché è finita male.

Il sè mnemonico è quello che ci fa valutare se ripetere un esperienza o meno, e interviene quando facciamo i bilanci. L’insoddisfazione nasce appunto dai bilanci che facciamo riguardo a ciò che siamo oggi e/o abbiamo fatto sino ad oggi, rispetto a ciò avremmo voluto.

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Il paradosso: vivere insoddisfatti è molto comodo

Muoversi è un’attività faticosa, in tutti i contesti. A maggior ragione quando non siamo, per cosi dire, in forma.

Invece stare fermi e “arredarsi” il proprio stato di insoddisfazione è molto più semplice. Perché vivere insoddisfatti ci permette di non fare nulla, di puntare il dito al di fuori, di lasciare la responsabilità della nostra vita a qualcun’altro oppure a qualcos’altro, di aspettare che qualcosa accada.

Spesso sento dire frasi come queste: “Sono fatto cosi” oppure “non c’è lavoro”, “il mio capo è uno ….”, “non ci si può fidare di nessuno ormai”, “è colpa di mia moglie se…”, “la recessione e il governo non mi permettono…”, “ormai alla mia età…”

Le attività in cui l’ “insoddisfatto cronico” investe tempo e talento sono prevalentemente tre, secondo me:

  1. Lamentarsi. L’insoddisfatto è un vero campione, un fuoriclasse in questa attività! Riesce a lamentarsi anche in quelle situazioni positive che per sfortuna sua ogni tanto gli capitano. “Ho vinto mille euro alla lotteria…che sfiga, cosa me ne faccio! avrei dovuto vincerne 10.000 almeno”.
  2. Invidiare. dato che per se stesso è troppo complicato fare qualcosa, giudica gli altri, in particolare chi sta meglio di lui. Praticamente tutti.
  3. Aspettare con rabbia. Per qualche strano motivo, si sente in credito con l’Universo. Quindi prova rabbia perché le cose che desidera non gli piovono sulla testa.

Insoddisfazione positiva

L’insoddisfazione fa parte di tutti noi. In alcuni momenti o in alcuni contesti possiamo sentirci insoddisfatti, cioè possiamo provare quell’emozione legata spesso al mancato raggiungimento di una determinata meta o ad una situazione che non piace. Ma, come per tutte le emozioni che possiamo definire “negative”, c’è sempre un aspetto funzionale legate ad esse. L’insoddisfazione può e deve essere uno sprono a muoverci, ad impegnarci a realizzare qualcosa di nuovo, qualcosa di meglio. E’ la benzina per il cambiamento.

Ma cosa fare?

Innanzitutto levarsi dalla zona di comfort sopra descritta. Smettere di lamentarci, di invidiare e di aspettare. Interrompere tutte quelle attività disfunzionali.

A mio parere ci sono 3 punti fondamentali su cui possiamo lavorare:

  1. Consapevolezza: significa percepire con chiarezza i fatti e determinare quali sono quelli rilevanti per noi, eliminando giudizi e pregiudizi, evitando le trappole mentali. Questo comporta la comprensione delle dinamiche delle cose che accadono e delle relazioni tra le persone, inclusa la relazione con noi stessi, aumentando la percezione reale dei nostri talenti, delle nostre risorse, del nostro potenziale. E quindi acquisire fiducia in noi stessi.
  2. Accettazione: Etimologicamente, il termine accettazione deriva dal latino accìpere, composto da ad càpere, laddove ad indica l’intenzione, il fine, e càpere significa prendere. Accettare una situazione vuol dire quindi accoglierla, prenderne possesso, farla nostra. Altrimenti come potremmo cambiare qualcosa senza averne il controllo?
  3. ResponsabilitàRespons – abilità è l’abilità di rispondere. Significa rispondere in prima persona di ciò che succede. Se diamo la responsabilità di quello che ci sta accadendo ad altre persone, al governo, alla sfortuna o magari a qualche energia sovrannaturale significa che non abbiamo il controllo della nostra vita, non siamo noi a guidare, non siamo noi a scegliere.

Conclusione

Vivere insoddisfatti è una scelta.

Sta a noi decidere cosa fare.

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